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DON’T FORGET SREBRENICA

DON’T FORGET SREBRENICA
L’ULTIMO VIAGGIO DI IBRAHIM ŠABAN
di Ciro Cortellessa

© Ciro Cortellessa

© Ciro Cortellessa

 

Don’t Forget Srebrenica. L’ultimo viaggio di Ibrahim Šaban racconta, in 40 immagini e 7 pannelli didascalico-narrativi, la storia della guerra nei Balcani concentrandosi, in particolare, sull’area di Srebrenica, nota per essere stata, nel luglio del 1995, teatro del più grande genocidio mai perpetrato in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale. Il progetto ultimo nasce dall’incontro con Paola Ascani, che ha redatto i testi e curato la messa in forma finale di un reportage fotografico realizzato in Bosnia e durato dieci anni, dal 2005 al 2015. L’esplorazione di Ciro Cortellessa, tuttavia, era iniziata molto prima. L’autore racconta così la storia di Ibrahim Šaban, il cui corpo fu ritrovato nel 2003 in una fossa comune a Kravica, nella Bosnia orientale:

Appena scoperto in una fossa comune tra tantissimi corpi, o quel che di questi ne rimaneva, mi colpì particolarmente la sua posizione fetale. Scesi nella fossa comune e insieme ai patologi forensi ne seguii tutto l’iter di estrazione dalla fossa, lavaggio del corpo, catalogazione degli abiti e degli oggetti personali ritrovati su di esso. In quel particolare momento del suo ritrovamento Ibrahim era solo un numero, il 43. Estratto il suo DNA e archiviato nella banca dati iniziò il percorso di comparazione con i DNA depositati da chi, durante la guerra, perse un padre, un figlio, un fratello. Per molto tempo non ci fu nessun riscontro e Ibrahim restava ancora un numero senza che nessuno ne reclamasse la scomparsa. Nel 2005, dopo comparazioni con migliaia di DNA ecco che un esame diede esito positivo al 99,9 %. Quel numero finalmente aveva un nome. I miei contatti in Bosnia mi informarono immediatamente dell’avvenuta identificazione e riuscii a rintracciare la madre che decise di darne degna sepoltura al Memoriale di Potočari l’11 luglio 2005. Ibrahim Šaban aveva finalmente effettuato il suo ultimo viaggio, tornando nella terra dalla quale era fuggito con la speranza vana di salvarsi, tornando in quel luogo dove adesso, finalmente una madre, dopo anni di dolore, può piangerlo.

La storia di Ibrahim Šaban si fa dunque simbolo di un percorso visivo che vuole essere dedicato proprio alle vittime di quel terribile genocidio. A comporlo quattro gruppi di immagini scattate durante la commemorazione di quanti sono stati identificati dopo il ritrovamento nelle fosse comuni e nei boschi bosniaci, avvenuta sia presso il Centro Internazionale di Identificazione di Tuzla sia nell’ambito di quella Marcia della Pace che ogni anno si celebra a Srebrenica, alla quale Cortellessa ha assistito personalmente una prima volta nel 2005 e una seconda nel 2015.

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© Ciro Cortellessa

Il messaggio della mostra si distingue per l’uso simultaneo del bianco e nero e del colore. Il passaggio dall’uno all’altro racconta come la memoria di quanto accadde sia ancora attuale. Memoria che il fotoreporter ha raccolto in prima persona, attraverso testimonianze e interviste alle donne sopravvissute alle gravi violenze subite nei giorni dell’assedio di Srebrenica. La finalità del progetto è portare le loro storie a conoscenza, insieme a tutti i dolorosi ricordi, come quelli che raccontano dei loro uomini, tutti quelli d’età compresa fra i 12 e 75 anni, costretti alla fuga verso la libera Tuzla, dove videro deluse le loro speranze, figlie anche di quella risoluzione n. 819 del ’93 in forza della quale il contingente ONU sul posto avrebbe dovuto garantirle, e trovarono la morte.

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© Ciro Cortellessa

Storie e memorie, Memoria e Storia da conoscere e conservare: questo è ciò che si propone ogni immagine dell’autore. Ciascuna suggestiva e ancor più per i testi che le accompagnano, nei quali Ascani ha voluto dar voce a Ibrahim in una narrazione che muove dalla sua infanzia per poi arrivare alla fuga e, dopo, persino, alla commemorazione odierna; che attraverso la ricostruzione e le figure di sorelle e madre, ci prende per mano e accompagna nel racconto di questo ultimo suo viaggio. Medaglia d’argento alla PX3 Annual Photography Competition di Parigi, questo reportage è figlio della speranza, ultima e prima, di fare luce su una drammatica parte della più recente Storia contemporanea dimenticata, sottaciuta o comunque in penombra rispetto alla nostra, comune coscienza.

L’AUTORE

CortellessaCiro Cortellessa, autore prolifico e docente di corsi e workshop, vive e lavora a La Spezia, dove coltiva con quotidiana cura le sue passioni più grandi, il reportage e la fotografia di strada. Spinto da queste, oltre che da un’attenta e innata sensibilità, ha visitato pezzi di mondo: Bosnia, Turchia, Kurdistan turco, India e Vietnam, Kazakistan e Uzbekistan, i confini cinesi e quello turco. Sempre cercando di guardarsi intorno e nel profondo, sempre indagando gli altri per scoprire sé stesso, sempre convinto che la fotografia serva a documentare soprattutto ciò che si pensa, ciò che si prova, ciò che si sente – anche quando di mezzo c’è guerra, dolore, devastazione ed anche il coraggio di ripartire.

A trent’anni ha ricevuto in Svezia il primo premio, un secondo posto al Concorso Internazionale d’arte Città di Hallsthammar; due anni dopo il primo posto nella sua regione, sia a La Spezia che a Santa Margherita Ligure. Oggi ne conta di diversi, ricevuti in Italia e al di fuori, fra i quali segnaliamo almeno il doppio primato, rispettivamente nel 2005 e nel 2015, al “Memorial Raffaele Ciriello” – dedicato al fotografo del “Corriere della Sera” ucciso nel 2003 a Ramallah da un carro armato Israeliano – con una foto che ora è parte di questo racconto e al concorso fotografico nazionale “Sudest del mondo”, con il reportage Good morning Vietnam sugli effetti dell’utilizzo del tristemente noto ‘agente arancio’ durante la terribile guerra.

Fotografo per Fujifilm Italia e membro del collettivo Italian Street Photography, ha collaborato con diverse riviste di viaggi e turismo ed esposto le sue opere in diverse città d’Italia, compresa Milano in occasione degli eventi Expo. Il suo dossier fotografico sugli effetti dell’utilizzo dei proiettili all’uranio impoverito durante la guerra in Bosnia è stato pubblicato sull’Osservatorio dei Balcani (2006) mentre il progetto oggi qui esposto è figlio di un reportage lungo dieci anni (2005-2015).


La mostra sarà esposta dal 21 al 27 luglio
presso la Sala del ‘400 del Palazzo Comunale

L’incontro con l’autore è previsto per
sabato 23 luglio h. 18.30 presso il Caffè Letterario
e all’interno degli appuntamenti del 
“Giardino del fiume”

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